domenica 25 dicembre 2011

Natale 2011

"Il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune"
Alessandro ManzoniI promessi sposi

i momenti difficili possono essere superati, con il buon senso e unendo le forze: il Natale ci dovrebbe far ricordare quanto è bello e facile essere uniti, e spero ci dia la carica necessaria per affrontare insieme il futuro.

Auguro a tutti voi un sereno Natale ed un grandioso anno nuovo!!!

venerdì 14 ottobre 2011

Desmond Tutu - Non c'è futuro senza perdono

Premio Nobel per la pace nel 1984 per la sua lotta contro l'apartheid, intimo amico di Nelson Mandela,
è' stato arcivescovo  di Città del Capo (Sud Africa) fino al 1996.
Ha presieduto la Commissione per la Verità e la Riconciliazione sudafricana fortemente voluta dallo stesso neopresidente Mandela al termine dell'apartheid.
E' attualmente visiting professor presso la Emory University di Atlanta

In un mondo, dove sembra impossibile una strategia alternativa alla violenza per regolare i conflitti, Desmond Tutu ci racconta, pieno di fede e fiducia nell'uomo, il "miracolo" sudafricano: la transizione pacifica dal regime dell'apartheid alla democrazia. I sudafricani hanno infatti avuto il coraggio di affrontare i massacri e le violenze disumane del deposto regime con uno spirito di autentica pacificazione senza cedere a vendette ma neppure ignorando il passato concedendo un'amnistia generale.
Grazie alla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, le vittime o i loro parenti potevano per la prima volta raccontare le violenze subite ed essere ascoltati, gli oppressori (le cui storie confermano la "banalità del male " descritta da Hannah Harend) potevano ricevere l'amnistia in cambio dell'intera verità. Grazie al pentimento degli assassini e al perdono concesso dai familiari delle vittime nasceva la possibilità di un futuro di pace.
L'esemplare esperienza sudafricana dovrebbe convincerci che sono possibili soluzioni molto diverse in Medio Oriente, in Irlanda del Nord, nei Balcani, in Afghanistan, nello Sri Lanka, in Sudan, in Congo, in Ruanda…
 
Vi riporto alcuni passi.
 
"Abbiamo avuto la grazia di poter contare, in entrambi gli schieramenti, su leader eccezionali, disposti a correre il rischio di puntare la carriera politica e la vita sull'elogio della pace, del perdono e della riconciliazione."
 
"A rispondere alla sfida di de Klerk non fu un uomo vendicativo, deciso a ripagare i bianchi con la stessa moneta. Fu un uomo regalmente dignitoso, magnanimo e sinceramente desideroso di dedicare le proprie forze alla riconciliazione tra coloro che le ingiustizie e le sofferenze del razzismo avevano reso nemici. Nelson Mandela non uscì di prigione pronunciando parole di odio e di vendetta. Al contrario, riuscì a meravigliarci per la capacità di incarnare in tutti i suoi atti la volontà di riconciliazione e di perdono. Prima del suo arresto era stato braccato per anni, e privato della possibilità di condurre una normale



vita familiare; quando fu rilasciato, l'11 febbraio 1990, aveva fatto ventisette anni di prigione. Nessuno poteva dire che non avesse conosciuto la sofferenza. Umanamente parlando, potremmo essere inclini ad affermare che quei ventisette anni di prigione siano stati uno spreco vergognoso; basti pensare a quale contributo avrebbe potuto dare in quel periodo per il bene del Sudafrica e del mondo. Ma io non considero la questione in questi termini. Penso che quei ventisette anni permeati dalla sofferenza siano stati la fiamma che ha temprato il suo acciaio purificandolo dalle scorie. Forse non sarebbe stato capace di tanta generosità e compassione se non avesse attraversato quell'esperienza."
 
La testimonianza di una vittima a cui un poliziotto sparò in faccia rendendolo cieco :"Sento che …il  fatto di essere qui e di aver raccontato la mia storia mi ha come ridato la vista. Mi sembra che per tutto questo tempo la cosa che mi ha fatto star male sia stata il fatto di non aver potuto raccontare ciò che ho vissuto. Ma ora, avervi raccontato la mia storia è come se mi avesse guarito."
 
Opponendosi all'idea di una giustizia punitiva dice "noi sosteniamo che esiste un altro tipo di giustizia, la giustizia restitutiva, a cui era improntata la giurisprudenza africana tradizionale. Il nucleo di quella concezione non è la giustizia o il castigo. Nello spirito dell'ubuntu, fare giustizia significa innanzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare le vittime quanto i criminali, ai quali va data la possibilità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso."
 
"Perdonare e riconciliarsi non significa far finta che le cose sono diverse da quelle che sono. Non significa battersi reciprocamente la mano sulla spalla e chiudere gli occhi di fronte a quello che non va. Una vera riconciliazione può avvenire soltanto mettendo allo scoperto i propri sentimenti: la meschinità, la violenza, il dolore, la degradazione…la verità. "

sabato 10 settembre 2011

Maathai Wangari - prima donna africana Nobel per la Pace


Ambientalista, attivista e biologa (Ihithe, 1º aprile 1940 – Nairobi, 25 settembre 2011). Keniota.
Nel 2004 è diventata la prima donna africana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace per "il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace". È stata membro del parlamento keniota ed Assistente Ministro per l'Ambiente e le Risorse Naturali nel governo del presidente Mwai Kibaki, fra il gennaio 2003 e il novembre 2005.
Wangari Maathai, la più importante ambientalista sostenitrice dei diritti delle donne in Kenya, ha fondato, nel 1977, il Greenbelt Movement on Earth Day, incoraggiando gli agricoltori (il 70% dei quali sono donne) a piantare alberi, un “polmone verde”, in modo da arrestare l'erosione del suolo, da poter avere un po’ d'ombra, e da ottenere legname e legna da ardere. Ha distribuito semi alle contadine e ha instaurato un sistema di incentivi per ogni semina che sopravvive.

...Per oltre un decennio, ha combattuto contro il regime dittatoriale dell’ex presidente Daniel arap Moi, chiedendo la liberazione di numerosi prigionieri politici. Più volte manifestazioni da lei capeggiate furono disperse con gas lacrimogeni.
Dopo Moi, nel 2002, fu eletta al parlamento kenyano. Fu non solo la prima donna in un governo ma anche la prima donna dell’Africa Orientale e Centrale ad avere una cattedra all’Università. Con tre figli divorziò dal marito che l’aveva accusata di essere “troppo colta, troppo forte, troppo di successo, troppo caparbia e troppo difficile da controllare”.

... Wangari ha ben altro in testa. Dice: «Non si tratta soltanto di rimboschire il paese, ma anche di lottare per la democrazia e il rispetto dei diritti umani». Vuole dare alle donne quel "potenziamento" che è loro negato dai leader politici e lo fa attraverso seminari, laboratori, dimostrazioni e giornate ecologiche in cui si coniugano scienza, impegno sociale e attività politica.

Gli ambientalisti di tutto il mondo cominciano ad apprezzarla. Arrivano numerosi riconoscimenti, tra cui il premio della Fondazione Goldman (1991), l’equivalente del premio Nobel per gli ecologisti. Ma il premio più gradito glielo insigniscono le donne africane, dandole il titolo di “liberatrice”.
Un esempio tra tanti: il presidente Moi voleva costruire un grattacielo di 60 piani proprio nel parco centrale della capitale, l’Uhuru Park. Costo preventivato: 200 milioni di dollari. Wangari urla: “Uhuru significa libertà, ma questo grattacielo ne è l’esatto opposto, perché distruggerà l’ultima isola verde della capitale. I soldi - tasse dei cittadini - potrebbero essere spesi meglio in educazione e nello sradicamento della povertà”. Il luogo è già cintato. Wangari, però, chiede aiuto a organismi umanitari internazionali e il progetto viene abbandonato.
La vittoria costa caro, sia a lei che al movimento.
Viene orchestrata una campagna denigratoria contro Wangari. Moi la definisce pubblicamente «pazza».
In quegli anni in Kenya, i ministri e i parlamentari giunsero il livello di volgarità tale che dissero: «Minaccia per l'ordine pubblico e la sicurezza nazionale», «una marionetta lunatica al soldo di interessi stranieri», una «mostruosità senza precedenti»... La colpirono perfino nella sua femminilità: «Dopo tutto, non l'ha forse il marito scacciata? La circoncideremo noi con la forza, così imparerà a comportarsi come una vera donna».
... La mattina dell'8 ottobre 2004, una telefonata dell'ambasciatore norvegese a Nairobi le comunica che è premio Nobel per la Pace 2004. La "pazza" e "la mostruosità senza precedenti" gioisce.


Frasi di  Wangari          

La povertà conduce direttamente al degrado ambientale, perchè i poveri non pensano al futuro e taglieranno anche l'ultimo albero se necessario.
Ma il degrado ambientale porterà anche alla povertà, perchè quando non hai suolo, non hai neanche erba, nè alberi, nè acqua e non potrai più aiutare te stesso.

“I deserti avanzano da nord a sud e la foresta del Congo è l’unico baluardo alla desertificazione del continente. Senza quel polmone verde avremo un cambio climatico radicale e pericoloso in tutto il pianeta”

La causa ecologista è un aspetto importante della pace  perchè nel momento in cui le risorse si rarefanno, noi ci battiamo per riappropriarcene

"Non possiamo stancarci o mollare. Lo dobbiamo alle generazioni presenti e future, di ogni specie.
Dobbiamo alzarci e andare avanti!"
 “In tutte le analisi dei problemi dell’Africa, c’è una risorsa naturale che spesso non viene apprezzata: le donne africane.”

venerdì 12 agosto 2011

Discorso di Steve Jobs in italiano


Islam verso la modernità

DOCUMENTO DI 23 INTELLETTUALI MUSULMANI
Il 24 gennaio, sul sito on-line della rivista egiziana Yawm al-Sâbi, è apparso un testo intitolato Documento per il rinnovamento del discorso religioso. Dodici ore dopo, era presente su più di 12mila altri siti arabi. A segnalarlo all'Occidente e a evidenziarne l'importanza è stato Samir Khalil Sa-mir, gesuita e islamologo, egiziano di nascita, molto stimato da Benedetto XVI. Egli ha tradotto e commentato le parti essenziali del documento, che è stato redatto seguendo le
indicazioni di 23 pensatori musulmani egiziani. «Sono tutti studiosi e credenti rinomati», scrive padre Samir. Tra essi: Nasr Farid Wasel, ex gran muftì dell'Egitto; Gamal Al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli Musulmani; l'imam Safwat Hegazi; i professori Malakah Ziràr e Aminah Noseir; il celebre scrittore islamista Fahmi Huweidi; i predicatori della missione islamica Khalid Al-Gindi, Muhammad Hedàyah, Musta-fa Husni.
Samir: «Il testo propone un programma - davvero rivoluzionario - che intende ripensare al valore della donna, alla mescolanza fra i sessi, al rapporto alla pari con i cristiani; desidera pure ripulire le interpretazioni sui detti di Maometto e sui miti del salafismo fondamentalista, rifiutando le influenze che provengono dall'Arabia Saudita». È la prima volta che avviene un
tenta¬tivo del genere da parte di personalità islamiche riconosciute. E per questa ragione il documento ha aperto un vivace dibattito nel mondo islamico. Riportiamo la traduzione del documento.
1. Riesaminare le raccolte delle hadith [le frasi attribuite dalla tradizione a Maometto] e i commentari del Corano, per purificarli.
2. Sottoporre a verifica il vocabolario politico-religioso islamico, come ad esempio la gizah [l'imposta speciale richiesta ai dhimmi, le minoranze non musulmane sottoposte a limitazioni].
3. Trovare una nuova pratica del concetto di mescolanza fra i sessi.
4. Mettere a punto la visione islamica riguardo alla donna e trovare forme convenienti per il diritto matrimoniale.
5. L'islam è una religione della creatività.
6. Spiegare il concetto islamico di jihad[la guerra santa interiore ed esteriore], e precisare norme e obblighi che la regolano.
7. Bloccare le aggressioni sulla religiosità esteriore e le pratiche straniere che ci giungono dagli stati vicini (eufemismo per denunciare l'influenza dell'Arabia Saudita, ndr).
8. Separare la religione dallo stato.
9. Purificare il patrimonio dei primi secoli dell'islam (salafismo), eliminando i miti e le aggressioni contro la religione.
10. Dare una preparazione adeguata ai predicatori missionari e, in questo campo, aprire le porte a coloro che non hanno studiato all'università di Al-Azhar [II Cairo], secondo criteri ben chiari.
11. Formulare le virtù comuni alle tre religioni rivelate.
12. Dare orientamenti riguardo agli usi occidentali ed eliminare i comportamenti sbagliati.
13. Precisare la relazione che deve esistere fra membri delle religioni attraverso la scuola, la moschea e la chiesa.
14. Redigere in maniera adatta all'Occidente la presentazione della biografia del Profeta.
15. Non allontanare le persone dai sistemi economici con l'interdizione di trattare con le banche.
16. Riconoscere alle donne il diritto di accedere alla presidenza della repubblica.
17. Combattere le pretese settarie, [sottolineando] che la bandiera dell'islam [deve essere] unica.
18. Invitare la gente ad andare a Dio attraverso la gratitudine e la saggezza, non con le minacce.
19. Far evolvere l'insegnamento [dell'Università] di Al-Azhar.
20. Riconoscere il diritto dei cristiani [ad accedere] a cariche importanti e [anche] alla presidenza della repubblica.
21. Separare il discorso religioso dal potere e ristabilire il suo legame con i bisogni della società.
22. Migliorare il legame fra la da'wah [l'appello alla conversione all'islam] e la tecnologia moderna, le reti satellitari e il mercato delle cassette islamiche.
(da Nigrizia, aprile 2011)

sabato 6 agosto 2011

Emilio Landi - Vita da mezzadri (Un giardino per amore)

Bella poesia del mio amico Mimmo. Chissà che un giorno diventerà famoso!








Baia il cane, monta la bufera,
risponde la vacca di patita paglia.
Dentro la mattra non c'è più il pane,
pure la Somara scalcia e raglia.
A la vecchia che si lagna,
ha fame,
facciamo la polenta.
Il caldaro è sulla ròla,
gambuii e tutoli nella legnara.
"L'inverno sarà freddo, lungo e neve",
l'avido Padrone pensava,
quando fin l'ultima fascina prendeva. 
C'è chi sta peggio e manda accidenti:
compare Settimio,
bussa alla porta quand'è sera,
è mollo zuppo e batte i denti.
Angosciato, non trova la mojera.
"Per tutta la cura l'ho cercata!"
Ma, di rabbia divorato,
alla villa del Fattor non ha pensato.
Sotto sordi sguardi di avi e santi,
al lumiccicar della candela,
unisce tutti il rosario e la preghiera.
Trepidanti Bimbi, raccolti e avvnti,
il freddo letto di foglie cela,
chi da piedi e chi in testiera. 
È ancora scuro la mattina,
e gia la casa è un alveare,
c'è il lavoro in cantina,
nella famiglia patriarcale,
c'è chi munge, chi tesse,
c'è il formaggio da fare,
il ranno, il pane, le bestie da governare.
Giustizier si erge il sole,
fuga buio e rassegnazione,
ritorna il buon umore.
Nelle Marche presto è primavera,
meravigliosa baldanza:
mille accordi che il verde scollinar declina.
L'inviso campo diventa un giardino,
si, ma per amore del contadino:
è il miracolo della speranza.

mercoledì 20 luglio 2011

Enrico Falconcini - Cinque mesi di prefettura in Sicilia

Bel racconto di Andrea Camilleri su un personaggio sconosciuto del nostro Risorgimento, la cui breve vicenda siciliana favorisce l'incontro di due persone che saranno i genitori di Luigi Pirandello.

Cinque mesi di prefettura in Sicilia

Quando il nuovo Prefetto di Girgenti, cav. Enrico Falconcini, mise piede, alle 10 di mattina del 13 Agosto 1862, sulla banchina del Molo di Girgenti (o Porto Empedocle) per pigliare possesso della prefettura che gli era stata assegnata, c'erano ad aspettarlo i Comandanti militari, le Autorità, i Notabili e l'immancabile Banda musicale. Il maestro sollevò la bacchetta per dare il via all'inno nazionale e in quel preciso momento, sotto gli occhi sbarracati del nuovo venuto, tutti si lanciarono, gridando in una fuitina generale, lasciando solo l'esterrefatto Falconcini. Il quale, non avendo ancora del tutto ricuperato l'equilibrio a causa della navigazione che non era stata facile, non si rese subito conto che c'era stata una scossa di "novello tremuoto" come scrissero le gazzette dell'epoca. Il tremuoto a Girgenti dal 1859 pareva essercisi affezionato: ogni tanto passava, faceva cadere qualche casa, ma non procurava né morti né feriti. Ora bisogna dire che Falconcini era uomo del Nord: perciò pigliò il tremuoto per quello che era, vale a dire una leggera scossa sismica. Ma io mi domando e dico: benedetto uomo, come hai fatto a non capire quello che era subito apparso evidente agli occhi di tutti: che non si trattava di un semplice tremuoto, ma di un lampante avvertimento? Stare in questo paese per te non è cosa, diceva il tremuoto, l'unica cosa per te è risalire a bordo e scappartene il più lontano possibile. Falconcini, invece, non capì e restò. Bisogna dire che nei cinque mesi che Falconcini fu prefetto di Girgenti capitò tutto quello che poteva capitare. Da tempo la situazione in Sicilia era assai tesa. Garibaldi insisteva col suo “O Roma o morte”, il re protestava contro l’intenzione del Generalissimo, il partito garibaldino cominciava a formare campi militari, si armava, reclutava seguaci entusiasti e violenti un po’ dovunque. Poi c’erano i renitenti alla leva che si erano dati alla latitanza. Poi c’erano i briganti sempre più numerosi che mandavano ai ricchi tante di quelle terrorizzanti lettere di “scrocco” da intasare la distribuzione della posta. L’8 Agosto, al Molo di Girgenti erano sbarcati duemila uomini di truppa, il 10 nel capoluogo s’accampava un battaglione di bersaglieri. Il pomeriggio stesso dell’arrivo del nuovo prefetto giunge un generale con truppa e artiglieria di campagna. In serata, la città viene completamente circondata dalle truppe regolari. Ma numerosi soldati disertano per unirsi ai volontari garibaldini. Insomma, possiamo essere certi che in quella sua prima nottata girgentana Falconcini non pigliò sonno. Le cose stavano a questo punto quando il 21 dello stesso mese Cuggia, prefetto di Palermo con autorità sugli altri prefetti dell’isola, proclamò lo stato d’assedio. Scoppiano rivolte, sparatorie, incendi di case. L’unica buona notizia Falconcini la riceve diciotto giorni appresso il suo insediamento: Garibaldi, ferito, è stato disfatto in Aspromonte. Ma la notizia non significa tranquillità, il partito garibaldino organizza una strepitosa manifestazione contro il governo, Racalmuto insorge, sbarcano altri cinquecento bersaglieri di rinforzo. Ma capita anche un fatto inaudito, unico nella storia d’Italia: ben quarantatre impiegati statali firmano le loro dimissioni come segno di solidarietà a Garibaldi. Di fronte a un fatto simile (paragonabile forse all’apparizione di un’Idra a sette teste nella centralissima via Atenea) e cioè con la Burocrazia girgentana che si schierava a favore di un rivoluzionario, Falconcini come minimo avrebbe dovuto domandare asilo politico in Svizzera. S’arrabattava, povirazzo, spedendo a dritta e a mancina circolari, proclami, ordini che o cadono nell’indifferenza generale o ricevono risposte di formale adesione. In più, è un uomo molto riservato, non ha amicizie locali, non si fa vedere nei due circoli importanti della città, a molti sta antipatico. Il deputato Giuseppe Picone gli ha affittato un appartamento al quarto piano del suo villino. Ebbene, un giorno Picone riceve una lettera anonima che recita testualmente “Si prepara una combinazione, che sembra infernale, la quale se verrà ad effetto, la vostra casa andrà in fumo. Ciò non si fa per colpire voi, ma il prefetto”. Per il sì o per il no, il deputato spedisce d’urgenza moglie e figli in campagna. Sempre più frequenti compaiono scritte sui muri: ”Abbasso Falconcini!”. Il quale intanto dimostra ogni giorno che è un uomo che non “sa vivere”. Si mette contro i preti per una questione di decime, allontana dalla prefettura e dagli uffici i faccendieri, desidera l’applicazione rigorosa di un’ordinanza del famigerato Eberhardt che proibisce la detenzione di armi pena la fucilazione sul posto. E gli capita tra capo e collo, il 26 ottobre, lo stivale di Garibaldi. Stivale insanguinato portato a Girgenti dall’avvocato Ricci-Gramitto, luogotenente del Generale ad Aspromonte, e venerato come una reliquia. Il partito garibaldino girgentano reclama l’autorizzazione di una grande manifestazione in onore del reduce Ricci-Gramitto e dello stivale. Dopo averci a lungo ragionato, il prefetto concede l’autorizzazione, “onde evitare ulteriore turbativa”, ma si attira l’inimicizia della borghesia conservatrice e della nobiltà. Di questa autorizzazione però noi italiani dobbiamo essere grati a Falconcini. Fu infatti in occasione di quella manifestazione che Caterina Ricci-Gramitto, sorella di Rocco, conobbe un garibaldino compagno d’armi del fratello, tale Stefano Pirandello. I due si piacquero e si sposarono: dalla loro unione nacque Luigi Pirandello. Ai primi di novembre, il prefetto decide di andare a dare un’occhiata al carcere, che era il castello di Agrigento, dal quale i 127 reclusi sarebbero stati poi trasferiti nel piccolo ex convento di San Vito. Rimane allibito per la sporcizia e il degrado. Soprattutto lo colpisce il fatto che nel cortile razzolino delle galline la metà delle quali sono dei carcerati e l’altra metà appartengono al capo delle guardie di custodia. Falconcini lo fa destituire e chiama al suo posto un capoguardia settentrionale il quale, a sua volta, manda a spasso le altre guardie sicchè i custodi, come annota nel suo diario l’avvocato Picone, “sono tutti continentali”, fatta eccezione di un calabrese? Ai primi di dicembre, il prefetto riceve una lettera anonima che lo mette in guardia circa una possibile evasione di alcuni carcerati. Falconcini ordina un’ispezione che viene effettuata il 22 Dicembre. Il delegato centrale Francesco Gaudio, coadiuvato da una compagnia del 37° reggimento, da una decina di Carabinieri e da “tutte” le guardei di P.S. di Girgenti, mette sottosopra il carcere, fa battere spranghe di ferro contro pavimenti, soffitti, pareti allo scopo di sentire eventuali vuoti. Le pareti e il suolo delle celle e dei cameroni “si trovaron del tutto ignudi”. Le povere cose dei detenuti e i detenuti stessi vengono perquisiti. Non si trova niente di sospetto. Nessun preparativo di fuga, garantisce nel suo rapporto al prefetto il Delegato centrale. Nel corso della sera di Natale, i detenuti hanno il permesso di scambiarsi abbracci e auguri sotto gli occhi dei custodi “continentali”. La mattina del 25, giorno di Natale, uno strano silenzio regna nel carcere. Infatti non c’è più manco un detenuto: tutti i 127 sono evasi attraverso uno scavo effettuato proprio sotto a uno di quei cameroni pigliati a sprangate di ferro per sentire se suonava qualche tratto vuoto. Il custode di guardia di quella notte, guarda caso il calabrese, non ha visto né sentito niente. Falconcini, in sua difesa, allega ai rapporti un “dettaglio dei modi e mezzi usati” dai carcerati per evadere redatto a cura del Genio civile: un documento particolareggiato che dimostra come tra i carcerati c’era chi aveva ingegno e conoscenze tecniche di scavo non comuni. Falconcini azzarda l’ipotesi che si sia trattato di una raffinata vendetta del capoguardia e degli altri custodi licenziati per far posto ai “continentali”; crediamo che sia un’ipotesi plausibile. A nulla valgono le difese di Falconcini: da Torino, l’11 gennaio 1863 un telegramma del ministro gli comunica che “ in data d’oggi è stato dispensato dalla carica di prefetto di codesta provincia”. Non sarà mai più prefetto di nessun’altra provincia, la sua carriera terminerà qui. Salutato con una fuga, il suo soggiorno girgentano terminerà con un’altra fuga. Questo libro, “Cinque mesi di prefettura in Sicilia”, un’autodifesa corredata da un centinaio di documenti, ha un suo rilevante valore storico per meglio capire le condizioni della Sicilia nel periodo immediatamente successivo all’Unità. Credo però che abbia valore anche e soprattutto come patetica e involontariamente umoristica testimonianza della vana lotta di uno sventurato contro un destino avverso o, più prosaicamente se volete, contro una jella di rara implacabilità.

domenica 17 luglio 2011

Il nome della rosa

La locuzione latina stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus ("la rosa fin dall'inizio esiste solo nel nome: noi possediamo soltanto nudi nomi") è una variazione di un verso del De contemptu mundi di Bernardo Morliacense, monaco benedettino del XII secolo. L'esametro deve la sua fortuna a Umberto Eco che ne ha fatto l'ultima frase del suo romanzo Il nome della rosa.

mercoledì 15 giugno 2011

Pessimismo o realismo?




1) Quando le cose stanno andando bene, peggioreranno.
2) Quando le cose stanno andando male, peggioreranno.
3) Quando le cose non possono andare peggio, peggioreranno lo stesso.
4) Quando le cose sembrano andar bene, non hai visto quel che è successo.

domenica 5 giugno 2011

Uomini e donne

L’ultima volta che sono entrato in una donna è quando ho visitato la Statua della Libertà.
Woody Allen

venerdì 20 maggio 2011

Quadri che sembrano fotografie!
Chi ha contato, ha trovato più  di 80 tra giochi e passatempi. Per tale motivo l'opera è stata soprannominata "l'enciclopedia illustrata dei giochi infantili"

Pieter Bruegel il Vecchio "Giochi di fanciulli"

sabato 2 aprile 2011

Citazioni

Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza
Divina Commedia, inferno, canto XXVI

giovedì 31 marzo 2011

Tutto è cominciato da qui.



"Corri a casa in tutta fretta, c'è un biscione che ti aspetta", frase dalle ambigue interpretazioni che dai primi anno '80 ha cominciato a cambiare i nostri stili di vita. In peggio, naturalmente!

domenica 27 marzo 2011

Bufala contro Radio Maria sul terremoto in Giappone

Da qualche giorno gira su Internet gira la condanna mediatica del povero Roberto de Mattei vicepresidente del CNR che avrebbe detto che il terremonto del Giappone è "un giusto castigo". E' un esempio di come si generano le bufale e come questo potente mezzo può travisare la realtà.
Riporto proprio il testo integrale di chi sta chiedendo le dimissioni per provare che non hanno ascoltato/letto ciò che ha realmete detto. Nello stesso errore è caduto Gramellini nella puntata di sabato scorso di "Che tempo che fa".
Non è vero che nel testo si affermi che il terremoto in Giappone sia un "giusto castigo" tanto più che De Mattei riporta brani di un testo dell'arcivescovo di Rossano Calabro scritto all'indomani del terremoto di Messina del 1908!
"Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina ieri, o quello del Giappone oggi, sia stato un castigo di Dio, sicuramente è stata una catastrofe. E scrive Mons. Mazzella, la catastrofe è un fenomeno naturale che Dio ha potuto introdurre nel suo piano di creazione per molteplici fini degni della sua sapienza e bontà".
E' dunque una riflessione sulla provvidenza divina e la visione cristiana delle tragedie umane.


Testo integrale dell'intervento del prof. De Mattei a Radio Maria


Nota della diocesi di Rossano Calabro


Tu non conosci le tasse, ma loro conoscono te!

Elenco di 100 tasse attualmente in vigore, difficili da definire (strane? originali? incredibili?):
Bestiario Fiscale 2011

sabato 26 marzo 2011

Conferenza Enrico Medi

Questa sera ho partecipato ad una bella conferenza sul nostro conterraneo ENRICO MEDI un uomo ricco di ENTUSIASMO e ho scoperto cosa significa questa parola: "Avere dentro lo spirto di Dio". Impegnativo per ogni cristiano.